di Gigi Borgiani

In questi anni di esperienza in Auxilium e Caritas ho maturato la ferma convinzione che i termini “carità” e “comunità” o si intersecano o restano parole vuote, mondi separati che non offrono certamente l’immagine di una Chiesa presente nel mondo con i suoi mandati di essere e agire in dimensione missionaria.

Prevale ancora un atteggiamento di delega. Ma Caritas e Auxilium (con la rete di realtà che vi sono collegate) non sono né un’azienda interinale, né un affittacamere, né un ristorante self-service. Siamo ancora al punto in cui aumentano le persone che si rivolgono ai nostri servizi senza che, alle nostre spalle, ci sia una rete di ridistribuzione delle richieste. Continua il nostro affanno nel mettere quotidianamente delle pezze alle realtà di miseria che ben conosciamo. Le povertà sono in aumento a fronte di una diminuzione di compartecipazione. Imbibiti come siamo dal benessere, dal consumo, da una informazione gridata e spesso falsa, da mode, da quieto vivere, influenzati da venditori di slogan, da contraffattori di pensiero, finiamo per essere trascinati da una corrente che erode la nostra identità, sacrificata agli idoli dell’individualismo, del relativismo, del qualunquismo, dell’indifferenza, dell’odio, della paura, della sfiducia.

Sono tante le sfide da cui siamo interpellati oggi; non si tratta solo di dare risposte a questioni che, pur nella loro importanza, sono parziali: per noi (Auxilium/Caritas) non si tratta solo di far qualcosa per chi è fragile ed escluso. Le “cose” che si fanno per accogliere e accompagnare sono molte e grazie a Dio non siamo i soli a mettere in campo tutte le risorse possibili (progettuali, umane, economiche). Si tratta, tuttavia, di mettere in relazione tutti gli aspetti della quotidianità perché è proprio il mondo che è cambiato, è diventato complesso (oltre che frenetico) e tutto si intreccia fino ad intersecare la vita di tutti e di ciascuno. Cause ed effetti, azioni e reazioni coinvolgono inevitabilmente tutti. Non c’è nulla di fronte al quale possiamo dire: “Non mi riguarda, non ho responsabilità”. Nell’epoca del cambiamento o si cambia o si perde. Tutto. Mi torna alla mente un grande convegno romano di qualche anno fa: “Con Dio o senza Dio, tutto cambia”. Forse questi termini andrebbero ripresi. Oggi pare che tutto cambi già senza Dio. E noi, con Dio, cosa facciamo?

Si opera in tanti settori, ci si spende in una miriade di “servizi”, piccoli e grandi gesti quotidiani che coinvolgono centinaia di persone, senza contare che non siamo in grado di conoscere e far emergere una ben più grande operosità silenziosa e diffusa. Il nostro agire passa attraverso persone dedicate e formate ad hoc – gli operatori professionali –  ma non sarebbe possibile e non sarebbe fatto con metodo e stile se non avessimo la coorte di volontari presenti nei vari settori. Tutto questo, però, non basta e non lascia tranquilli perché si respira sempre e comunque aria di delega.

“C’è qualcuno che ci pensa” ma spesso ci si dimentica che il compito/dovere di fare qualcosa per gli altri non è questione di volontariato ma – per noi credenti – è questione di “missione”. Non si tratta solo di fare qualcosa per gli altri (forse i numeri delle disponibilità attuali basterebbero): siamo piuttosto di fronte ad una realtà che richiede un coinvolgimento più ampio, una presenza che non sia solo “aiuto” ma “testimonianza”. Non si tratta solo di pensare alle tante e varie situazioni di fragilità e miseria ma di dare vita a nuove realtà che si fanno carico di processi educativi e culturali capaci di rinnovare e orientare la nostra mentalità per le tante questioni del nostro tempo. Se ci si potesse rivolgere a comunità cristiane disponibili a interagire in termini di reciprocità e condivisione, unità, accoglienza e accompagnamento, si potrebbe fare molto di più e il fare sarebbe davvero una via di annuncio, di testimonianza.

Spesso si parla di creare una “cultura della carità” e sappiamo che questa non è il banale diffondere un senso di solidarietà o il sovvenire che si può offrire a qualcuno ma è un atteggiamento del cuore, un metodo di vita che dovrebbe avere radici ben fondate in una comunità cristiana che si definisce tale. Cultura della carità è una dimensione che abbraccia tutti gli aspetti della vita personale e sociale; apre la strada a tutta una serie di relazioni e attenzioni che spingono un gruppo di persone (comunità) a vivere e ritrovarsi non per se stesse ma per rispondere ad una missione. Abbiamo già avuto modo di dire che non si tratta solo di coniugare la carità con un altro termine troppo inflazionato: povertà. Se la carità fosse solo in direzione di sovvenire alle povertà (o meglio “miserie”) della società, tradirebbe il suo essere. Così come la comunità non può definirsi tale se non fa sintesi di interiorità, fraternità, condivisione, diversità e impegno.

Ci si dimentica che la differenza cristiana consiste, tra l’altro, nell’opporsi alla indifferenza, alla omologazione, alla irresponsabilità, appunto. Di fronte alle enormi fragilità, ai grandi disagi dell’umanità, a cominciare da quella di casa nostra, occorre quindi sentire il dovere di diffondere una cultura della carità, quello stile di vita che, a partire dai propri comportamenti fino alle questioni sociali più gravi, contribuisca ad un vivere giusto e coerente per tutti. Mi direte: facile a dirsi! Ma rispondo: facile a farsi se non riduciamo il nostro essere cristiani a facciata, a idea, a buonismo, a qualche buona azione che pacifica la coscienza senza andare al cuore dei problemi e, soprattutto, delle persone. La cultura della carità è la cultura dell’incontro e della vita, che si contrappone alla cultura della paura, dello scarto e della divisione, della indifferenza, del “tanto c’è qualcuno che ci pensa!”

Il male interpretato e mal conosciuto fenomeno delle migrazioni è un esempio di come ci si è comportati anche all’interno delle nostre cosiddette comunità in ordine all’accoglienza sia del fenomeno e sia delle persone. Chiusure, rifiuto, incapacità di pensiero e di giudizio, paura… Invece che fare massa critica in nome di un Vangelo a cui diciamo di riferirci e che dovremmo proclamare, all’interno di una Chiesa che dovrebbe essere “una”, ci siamo divisi in chi accoglie lo straniero e chi lo rifiuta. Non c’è stata un’azione di discernimento all’interno delle comunità, delle parrocchie e ancora una volta l’azione della Chiesa si è risolta con l’impegno di qualcuno, di un ufficio di curia (Migrantes), con l’apporto di persone di buona volontà. Delega! Il risultato peggiore è dato senz’altro dal non avere capito la questione e ciò che ne consegue, ma soprattutto dall’avere alimentato non la cultura della carità ma quella della paura, della falsa sicurezza, della intolleranza. Non lamentiamoci se attorno a noi vediamo crescere (sempre che si voglia vedere) i fenomeni della prepotenza, della dipendenza da sostanze, alcool, gioco, dell’abbandono scolastico, della macro e microcriminalità, della corruzione, dei furbetti e chi più ne ha, più ne metta. Ci si erge spesso e volentieri a difesa di un qualche valore “intoccabile”, all’ombra di un generico “in quanto cattolici”, evitando però accuratamente tutti quegli aspetti scomodi che mettono in crisi, se confrontati con un Vangelo che non può essere preso a pezzi.

Non è più tempo di dire: “La Chiesa dice… difende… interviene in questo o in quello”. Si tratta sempre di limitatezza. O la cosiddetta comunità cristiana reagisce e recupera il proprio essere o non lamentiamoci se il paese va in malora scristianizzandosi. C’è una coscienza ecclesiale da recuperare: di fronte a realtà, dubbi, sfide che appartengono ai tempi cambiati, non servono né convegni, né lezioni, né corsi di formazione. Senza negarne l’indubbio valore, non servono neppure le veglie di preghiera se a queste non corrispondono poi conversione e azione. Occorre ripartire da capo. Da persone che si riuniscono non perché si è deciso così in un qualche consiglio ma per darsi un senso; per scegliere di vivere secondo il Vangelo; per provare una nuova edizione di quelle che erano le prime comunità cristiane: semplici ma ricche dentro, diverse ma unite, conviviali e aperte, capaci di condivisione e di gratuità. Comunità, se vogliamo, “povere”, essenziali che sentono l’urgenza di dividersi i compiti perché nulla sia trascurato. Solo comunità che non si reggono su elementi organizzativi, programmi e iniziative, possono divenire luoghi capaci di ascolto, di confronto, capaci non di fare cose ma di viverle, capaci di esprimere il senso e l’essenziale.

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