Conosciamo Giorgio Laboria da alcuni anni e lo accompagniamo nella sua attuale esperienza di vita. Ingegnere, con tanti anni di lavoro sulle spalle. Dalla scorsa primavera è autodidatta della tastiera e cantautore. Suona ovunque. Anche per le vie della città. Giorgio è un acuto osservatore della società. Nei giorni del Festival di Sanremo, ha fatto tappa davanti all’Ariston, per lui un luogo della memoria. Ecco la sua corrispondenza, artistica e sociale.

di Giorgio Laboria

Davanti all’Ariston, aria di casa mia.
Un momento di nostalgia.
Da bambino mio padre sarto mi portava qui ad assistere alle allora belle e numerose sfilate di moda che vi venivano svolte.
Comincio con l’unica nota a mio avviso negativa di questo festival: la vittoria andata alla “musichetta”, non ancora ri-svoltata in positivo.
L’attuale tendenza, risultato di una penalizzazione avvenuta in questi ultimi anni, in generale dell’Arte.
Plauso invece al duo presentatore “Conti-De Filippi”, che hanno elevato il festival al tono che gli sapeva dare Mike Buongiorno.
Eccezionali riprese televisive nella loro dinamicità, nonché la scenografia.
Ci volevano due settantenni a far vibrare la bella musica:
Zucchero Fornaciari – sia nel melodico sia nello spirituale (Miserere), sia nello scatenato che io definisco rap elevato ad arte – e l’eccezionale artista Fiorella Mannoia, con una canzone diversa!
Non posso non concludere queste mie personali note, se non con alcuni stupendi versi della sua “Che tu sia benedetta”:
“E se cadi ti dà il tempo di rialzarti perché non gira troppo in fretta
E per quanto assurda e complessa ci possa apparire la vita è perfetta
E dovremmo essere noi ad imparare a tenercela stretta
Che sia Benedetta!”

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