“CasaNostra continua a vivere grazie ai nuovi volti che la animano e ai ricordi di coloro che l’hanno abitata”

don Piero Tubino

13 Aprile 1994. Trent’anni fa si aprirono le porte di CasaNostra, la prima Casa Alloggio in Liguria per persone in Aids, avviata da Fondazione Auxilium su impulso della Caritas Diocesana di Genova e gestita dalla Cooperativa Sociale Il Melograno.

CasaNostra fu fortemente voluta da Don Piero Tubino, che fu direttore di Auxilium e di Caritas e di cui nel 2024 ricordiamo i 100 anni dalla nascita. Don Piero volle dare una risposta sollecita alle necessità dei reparti ospedalieri per malati in gravi condizioni, spesso senza alcuna possibilità di sopravvivenza. 

Per questo nuovo luogo di vita e servizio fu scelto il nome che resta nel nostro  cuore, ancora oggi che le nostre case alloggio sono diventate due, la Palma e il Mandorlo. La chiamammo “CasaNostra” per trasmettere senso di appartenenza e partecipazione e trasformare una “casa della buona morte”, come si diceva allora per una malattia che non lasciava tempo, in una casa in cui ritrovare relazioni e restituire dignità e famiglia a chi non ne aveva più, avendo vissuto percorsi difficili con lo stigma di una sindrome emarginante.      

Da subito, CasaNostra si caratterizzò per un’accoglienza abitativa che prende in carico a 360 gradi, trascende i limiti sanitari per porsi come obiettivo il realizzarsi di un percorso condiviso compatibile col variare dello stato di salute e mirante alla maggior autonomia possibile.

In questi 30 anni, infatti, assistenza e progettualità hanno affiancato l’iter evolutivo della malattia: il tempo in cui si accompagnava il paziente al termine vita, percorso impegnativo improntato a cura e rispetto e a confronto diretto con sofferenza e limite, si è dilatato grazie all’avvento dei farmaci che hanno mutato la prognosi. 

La Casa è diventata luogo di sosta e riprogettazione di vita, luogo in cui ripartire. L’idea del virus sbiadisce a favore della cronicità delle patologie collaterali – oncologiche, epatiche, psichiatriche – che la persona si trova ad affrontare senza la drammaticità della vita che sfugge. Spesso però resta la solitudine e il tempo di permanenza nella Casa diviene sospeso nell’attesa del cambiamento, di un “ritorno al futuro” dalla prospettiva incerta e indefinita.

Per questo motivo proiettarsi in avanti senza perdere il modello di accoglienza, senza cedere ad attribuire a questi luoghi una mera funzione sanitaria ove l’individuo è definito dal suo male e non dalla sua anima, rafforzarsi nella logica dell’attenzione alla totalità della persona, è la sfida che dobbiamo continuare a raccogliere e vivere contro l’indifferenza, il giudizio, lo stigma ancora presenti, attraverso la creazione di uno spazio aperto al territorio per coltivare relazioni significative e solidarietà. 

Lo scambio di calore, vicinanza, supporto e speranza che nel trascorrere del tempo abbiamo respirato ha diminuito le distanze e sfumato i contorni e reso la casa davvero un po’ “CasaNostra” per tutti.

Questi 30 anni sono stati per noi sguardi, volti, mani, vite intere di tante persone che qui hanno abitato, nei loro ultimi anni o per ricominciare. Il contributo di chiunque abbia valicato questa nostra soglia con disponibilità e amore resta e resterà sempre un valore inestimabile