di Gigi Borgiani
direttore

“Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce”
Abbagliati però dalle tante luci sempre più tempestive che invadono le strade della città, forse (o senza forse) non riusciamo più a vedere la vera luce del Natale. Le luminarie, i festoni, gli addobbi cosa richiamano? Certo si respira aria di festa ma è la festa del consumo, della corsa ai regali, della bontà emotiva. Ma le luci della città non riusciranno mai a dissipare le tenebre che ci avvolgono. Il tentativo di soffocare preoccupazioni e sofferenze è vano. La maschera della vanità nasconde le rughe di un popolo che non sa più di essere tale, che non sa più di aver bisogno di recuperare senso. Un popolo che vaga disorientato dalla ossessione del consumo e dalla prepotenza degli slogan di una politica del tutto e subito, da contrabbandieri del sacro, sempre più rivolti al consenso che non al vero bene comune, al rumore piuttosto che a quel poco silenzio che può far riflettere. Un popolo sfiduciato e senza speranza che vaga “ravattando” nei centri commerciali e nei negozi sfavillanti alla ricerca dell’ennesima illusione. In poche parole: il senso vero del Natale è smarrito e la festa della luce di Betlemme non interessa più. Il Dio del Natale non è il Dio creatore, il Dio che affida la cura della casa comune al suo popolo. Il Dio che diventa uomo per restare con gli uomini. Per il bambino che nasce non c’è posto. E non mi si venga a dire che sotto alla tradizione dei regali e di una messa emotiva, si nasconde il senso del dono, della reciprocità.

La nostra vita, infatti, senza la luce di Betlemme è un camminare nel buio, un seguire ombre senza volto, illusioni senza consistenza. E quanto più gli anni scorrono veloci, tanto più attorno a noi cade la maschera delle cose che ci mangiano il tempo e ci rubano l’anima, come vivessimo un presente senza futuro. Rincorriamo con affanno le situazioni, ci preoccupiamo per molte cose anche necessarie, ma facilmente trascuriamo le più importanti. Desideriamo la gioia e non di rado siamo insidiati da una malinconia inspiegabile perché cerchiamo la felicità nel vuoto del non senso.

Si sente dire che il paese ha bisogno di un “uomo forte”, si sente dire che si cambia, ma le luci della città presto si spegneranno se non cambiamo ciascuno di noi, se non riponiamo fiducia e speranza “nell’Uomo Debole” che illumina le nostre strade per farle diventare strade del  quotidiano “stare insieme”, del condividere, del non pretendere, del tollerare, dell’attendere e accompagnare chi rischia di restare indietro.

Le luci della città siamo noi; ciascun cittadino può essere luce, può essere quel “santo della porta accanto” che si scomoda un po’ per fare posto al vicino di casa, di strada, di banco, di ospedale, di autobus, di campo sportivo, di teatro, di ufficio, di semaforo, di negozio, di sale d’attesa, ricevendo in cambio la serenità e la consapevolezza di aver contribuito, in maniera silenziosa e anonima, al bene dell’uomo e a quello della città.

PDF

(foto: Joshua Rodriguez –  Unsplash)